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Salute

Smettere di fumare con le sigarette elettroniche. Ma fanno male o sono innocue?

Il fumo di sigaretta è riconosciuto come uno dei big killer, responsabile di centinaia di migliaia di morti ogni anno nel mondo. Smettere di fumare, o non iniziare affatto, significa proteggere la propria salute presente e futura. Nate con l’obiettivo di fornire un’alternativa al consumo di tabacchi lavorati e come mezzo per aiutare a superare la dipendenza dal fumo, le sigarette elettroniche hanno inizialmente avuto una fortuna notevole, ma sono state poi oggetto di polemiche: sembra che gli studi scientifici abbiano fornito risultati controversi sulla loro pericolosità. […]

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smettere di fumare

Il fumo di sigaretta è riconosciuto come uno dei big killer, responsabile di centinaia di migliaia di morti ogni anno nel mondo. Smettere di fumare, o non iniziare affatto, significa proteggere la propria salute presente e futura. Nate con l’obiettivo di fornire un’alternativa al consumo di tabacchi lavorati e come mezzo per aiutare a superare la dipendenza dal fumo, le sigarette elettroniche hanno inizialmente avuto una fortuna notevole, ma sono state poi oggetto di polemiche: sembra che gli studi scientifici abbiano fornito risultati controversi sulla loro pericolosità. Ma come sono stati condotti questi studi? Quali interessi entrano in gioco in un mercato miliardario come quello del tabacco da fumo? Le e-cig fanno male o sono innocue? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Polosa, professore ordinario di Medicina interna presso l’Università di Catania e fondatore e direttore del Centro per la prevenzione e cura del tabagismo presso la stessa università, dove conduce ricerche cliniche e comportamentali di alto profilo nel settore delle malattie fumo correlate.

Sul tema delle sigarette elettroniche e della loro pericolosità si segnala un suo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista “Scientific Report” del gruppo Nature, in cui dimostra l’assenza di danni a carico delle vie aeree e dei polmoni in utilizzatori che hanno fatto uso regolare e protratto di prodotti da svapo fino a quattro anni consecutivi.

Professor Polosa, le sigarette elettroniche fanno male?

A questa prima domanda rispondo con due dati numerici: 0 e 95.
Zero sono i rischi che si riscontrano nell’utilizzo a lungo termine delle sigarette elettroniche – come attestato da un recente studio condotto dal mio gruppo di ricerca presso l’Università di Catania. 95% è, invece, l’indice di percentuale di rischio minore che le sigarette elettroniche hanno rispetto alle sigarette convenzionali. Come ribadito proprio in questi giorni dal Public Health England (l’autorità sanitaria inglese) le elettroniche non solo hanno un indice di rischio minore del 95% rispetto alle sigarette convenzionali, ma hanno pure il grande potenziale di riuscire a ridurre il danni fumo-correlati.

Quali sostanze contengono?

In quantità diverse, le e-cig contengono: glicole propilenico, glicerina vegetale, acqua, aromi e nicotina.

Alcuni studi pubblicati su riviste scientifiche hanno seguito metodologie non rigorose e hanno portato a conclusioni diverse. Perché dobbiamo fare attenzione alla qualità degli studi?

Perché non sono stati codificati standard sperimentali di riferimento per la valutazione dei prodotti da svapo. Il risultato è che molti studi condotti in laboratorio non riflettono le normali condizioni d’uso di questi prodotto. Spesso le prove vengono condotte ad alte temperature in condizioni di stress termico che favoriscono la produzione di sostanze tossiche. Per illustrare questo problema in modo semplice e diretto, ho recentemente portato l’esempio del tostapane e del toast bruciato al Parlamento britannico. Se il tostapane è settato in modo corretto il toast sarà cotto alla perfezione e privo di cancerogeni; se invece il tostapane viene settato ad alte temperature e per periodi prolungati il toast sarà bruciato e conterrà sostanze cancerogene in elevate concentrazioni. Un esempio pratico e quotidiano che vuole far riflettere su come la ricerca scientifica possa inficiare i risultati di uno studio se non vengono utilizzati parametri realistici, come ad esempio temperature o voltaggi elevati applicati a resistenze superiori ai 2 ohm.

È importante, oggi più che mai, che le istituzioni di competenza e la comunità scientifica tutta comprendano insieme la necessità di stabilire standard di riferimento internazionali efficaci e condivisi per la valutazione delle sigarette elettroniche.

Questo è un tema che si presta a essere facilmente manipolato e in cui giocano interessi notevoli.

Certamente. Stiamo parlando di far smettere di fumare milioni di persone utilizzando uno strumento alternativo come la sigaretta elettronica. Il fumo di tabacco con le sue accise crea un forte conflitto di interessi soprattutto a livello governativo. Le dinamiche finanziarie legate agli strumenti per il controllo della diffusione del tabagismo e delle malattie fumo-correlate creano a loro volto conflitti di interessi anche a livello scientifico e sanitario.

Va anche detto che nel gioco delle parti un ruolo di enorme rilevanza è ricoperto dai media, formatori dell’opinione pubblica internazionale e dispensatori di informazioni spesso contrastanti. La conseguenza più negativa degli studi condotti a casaccio – come spesso li abbiamo definiti – è che i risultati vengono diffusi comunque (e spesso con molto enfasi), ma non fanno altro che alimentare un dibattito ormai troppo acceso tra scienza e media, tra ciò che può essere interpretato e ciò che, per sua natura, dovrebbe essere evidente.

 

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Salute

Per la prevenzione dei tumori e delle recidive: più movimento

Le linee guida AIOM, basate sulla revisione dei più importanti studi a livello mondiale, indicano chiaramente come il movimento fisico regolare rappresenti una strategia di lungo periodo per diminuire il rischio di ammalarsi, prevenire le recidive e combattere meglio la malattia in fase cronica.

Giulio Divo

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Lo Sport aiuta nella prevenzione dei Tumori e delle Recidive.

Le linee guida AIOM, basate sulla revisione dei più importanti studi a livello mondiale, indicano chiaramente come il movimento fisico regolare rappresenti una strategia di lungo periodo per diminuire il rischio di ammalarsi, prevenire le recidive e combattere meglio la malattia in fase cronica.

Possiamo affermare senza dubbio alcuno che la lotta ai tumori, oggi, viene eseguita su due fronti: quello della ricerca avanzata, che ci sta aiutando a mettere a punto strategie sempre più sofisticate con la progressiva introduzione di nuove terapie a base di anticorpi mirati contro i tumori, e quello della revisione sistematica delle abitudini di vita che concorrono, nel loro insieme, a creare i presupposti per la massima efficacia delle cure proposte.

La questione delle abitudini di vita viene sempre citata e si ritiene che ormai le indicazioni per una “vita sana” facciano parte del bagaglio di conoscenze di ognuno. Tuttavia non è così: la forza di alcune indicazioni si disperde nel momento in cui queste stesse vengono espresse in modo generico. Dire infatti: “controlla il peso corporeo” ha un significato relativo, così come affermare “fai movimento”. Diviene più significativo, piuttosto, dare indicazioni pratiche circa quali sono i tipi di movimento a cui ci si riferisce, quanto tempo richiedono e che peso possono avere all’interno della nostra organizzazione della vita quotidiana.

Come l’attività fisica contrasta i tumori

Cominciamo però a vedere quali sono i motivi per cui si ritiene che l’attività fisica svolga un’azione utile nella prevenzione (e nella terapia) delle patologie tumorali.

Per prima cosa è bene sottolineare come le attività motorie determinino un aumento della frequenza cardiaca e una maggiore irrorazione dei vasi sanguigni, anche a livello periferico. Ciò consente di portare alle cellule le sostanze antinfiammatorie prodotte dal corpo, che possono abbassare lo stato di infiammazione che predispone la trasformazione del tessuto sano in quello tumorale. Il risultato è una riduzione dell’attività di PCR, IL-6 (interleuchina 6), TNF-alfa, prostaglandine e COX2. Sono, queste, molecole connesse allo stato infiammatorio generalizzato. Allo stesso modo, sempre attraverso il circolo sanguigno, è facilitata l’eliminazione delle sostanze di scarto cellulari, che vengono così più facilmente espulse dagli organi emuntori come polmoni (grazie alla respirazione), la pelle, i reni, il fegato e l’intestino.

L’attività fisica aiuta anche a regolarizzare la produzione ormonale, riducendo la concentrazione di alcuni ormoni (come gli estrogeni) che possono innescare fenomeni di crescita tumorale nel tessuto mammario, nella prostata o nell’utero.

Sempre da un punto di vista ormonale dobbiamo anche citare l’azione di regolazione dell’insulina la quale, pur essendo fondamentale per il controllo del metabolismo degli zuccheri, se prodotta in eccesso ha un’azione pro-infiammatoria generalizzata che, a sua volta, può favorire la carcinogenesi.

Infine va ricordato che lo sport “mobilizza” nel torrente sanguigno le cellule che appartengono alle difese immunitarie, tra cui macrofagi e linfociti T killer, che provvedono anche all’eliminazione delle cellule tumorali che si possono essere sviluppate nell’organismo.

Da un punto di vista biochimico possiamo aggiungere che l’attività fisica serve a regolarizzare le attività di crescita cellulare, a migliorare l’efficienza dei geni che svolgono attività di riparazione delle cellule danneggiate o l’espressione di altri geni che comandano il “suicidio programmato” delle cellule difettose (come il P53 o le Heat shock proteins).

Vi consigliamo la lettura di questo articolo sul nostro Giornale per capire Cos’è un tumore, come nasce e perché si sviluppa.

 

Quale (e quanto) movimento?

Ma quanta attività fisica dovrebbe essere svolta, durante l’arco della settimana, per ottenere un sensibile beneficio antineoplastico?

Il calcolo va effettuato tenendo conto di intensità, durata e frequenza dell’attività stessa.

Questi tre parametri vengono valutati in termini di intensità metabolica o MET, laddove 1 MET rappresenta la quantità di ossigeno consumato da una persona in condizioni di riposo nell’unità di tempo, ovvero 3,5 ml di ossigeno per ogni chilogrammo di peso corporeo, ogni minuto. Possiamo quindi determinare quattro grandi gruppi: quello dei sedentari, quello di chi svolge attività lieve, chi ne fa di livello moderato e di chi la pratica in maniera intensa.

Ebbene per ottenere una risposta biologica protettiva nei confronti dei tumori, l’attività deve rientrare nelle categorie “moderata” o “intensa”.

Per moderata (da 3 a 5,9 MET) si intende: fare giardinaggio, passare i pavimenti (anche i lavori di casa possono essere considerati attività motoria), ballare, ciclismo in pianura alla velocità massima di 20 km all’ora e camminata protratta alla velocità di circa 10 minuti a chilometro.

Per attività intensa (oltre 6 MET) si intende: scavare, lavorare la terra in un orto, camminare a una velocità superiore a 7 km/h o in salita, fare jogging, sci di fondo, tennis, giocare a calcio.

Ebbene, per tornare alla domanda su quanta attività settimanale vada svolta, la risposta è la seguente: un minimo di 150 minuti di attività moderata o almeno 75 minuti di attività intensa.

Sarebbe preferibile che queste attività non fossero svolte in un’unica seduta ma suddivise nell’arco di almeno 3 o 4 giorni a settimana.

La World Health Organization ha dei parametri più “severi”: porta infatti a 300 i minuti di attività fisica moderata e a 150 minuti (almeno) quella ad alta intensità.

Parti da zero? Meglio essere affiancati da un esperto

Le evidenze scientifiche suggeriscono la necessità, più ancora dell’utilità, di mantenere attiva la macchina umana sia nella prevenzione primaria, cioè in assenza di malattia, sia nella prevenzione delle recidive o persino durante le terapie.

Tuttavia è importante impostare l’attività in maniera corretta, attraverso un medico dello sport o un consulente specializzato in scienze motorie. Se infatti affrontiamo l’attività fisica senza un’adeguata preparazione, possiamo essere a rischio infortuni muscolari e articolari, senza tenere conto del fatto che è sempre bene effettuare una puntuale valutazione dell’efficienza cardiovascolare.

L’OMS e le società scientifiche ci indicano degli obiettivi assolutamente corretti ma che vanno raggiunti in maniera progressiva e personalizzata perché ognuno di noi può avere fragilità, problemi piccoli o grandi, venire da periodi di sedentarietà protratta, essere in sovrappeso… Sono, queste, variabili individuali che vanno anche risolte con un approccio individualizzato. Ciò, a maggior ragione se si è in cura: il movimento fisico deve risultare di aiuto al benessere individuale e non determinare una stanchezza che si va a sommare a quella causata da terapie debilitanti.

Articolo realizzato con la consulenza di Domenico Sinesi, direttore emerito del dipartimento di medicina dello Sport presso l’Ospedale Policlinico Università di Bari

 

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Salute

Diabete e genetica: parliamo del Diabete MODY e delle forme più rare.

Il diabete è una delle patologie più diffuse al mondo e più conosciute è importante però far luce anche sulle forme rare di origine genetica.

Barbara Hugonin

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Il Diabete è una malattia genetica? In quali casi dobbiamo prestare attenzione al fattore ereditario?

Il diabete è una delle patologie più diffuse al mondo e più conosciute, prevalentemente nelle forme di diabete di tipo 1 e di tipo 2.

È importante però fare luce anche sulle forme misconosciute e sottodiagnosticate, soprattutto quando l’origine è genetica, la cui diagnosi è importante anche per chiarirne meglio le cause di insorgenza ed i meccanismi fisiopatologici delle stesse.

Questo significa migliorare l’approccio terapeutico e gestirne meglio le complicanze, che derivano da una diagnosi tardiva, ma anche studiarne le modalità di trasmissione e la familiarità. Vi sono alcuni tipi di diabete che spesso vengono confusi con le forme più comuni, e comuni non lo sono per nulla, come per il diabete MODY.

 Diabete e Genetica: il diabete MODY

Il diabete MODY (Monogenic Onset Diabetes Of The Young), si caratterizza per la giovane età in cui si manifestano i primi sintomi, sempre prima dei 25 anni, con evidenze già durante l’infanzia e la pre-adolescenza.

Il diabete monogenico non è una malattia autoimmune, ma una patologia ereditaria, causata da una mutazione genetica, ne sono state identificate varie a carico di geni differenti, che hanno consentito la distinzione in diverse forme, attualmente più di 6, con diversi sottotipi.

In totale ne sono stati diagnosticati nel nostro Paese circa 100-150.000 casi, di questi il 60-70% è rappresentato dalla forma MODY 2,  mentre il 10-15% dalla forma MODY 3.

Il diabete MODY 2 è causato dalla mutazione del gene GCK, specifico per la glucochinasi, un’enzima che, nelle cellule beta del pancreas, svolge un ruolo di “sensore” del glucosio, per cui si innesca un meccanismo di rilascio dell’insulina ad un valore soglia di glicemia.

I bambini e ragazzi con diabete MODY 2, sono generalmente normopeso, in alcuni casi anche magrolini, e manifestano una iperglicemia a digiuno variabile ma mai severa, con valori tra 126-180 mg/dl. In realtà questa forma è sottostimata in quanto dovrebbe essere prassi, in una famiglia in cui si ha la ricorrenza di diabete per almeno tre generazioni, valutare nel bambino la presenza della mutazione del gene GCK, soprattutto per non ritardare una diagnosi e riuscire a gestire la patologia nel corso del tempo senza problemi, al massimo con l’assunzione di ipoglicemizzanti orali, mentre la terapia insulinica non sembra essere necessaria.

Questa forma di diabete ereditario spesso si scopre per caso, e talvolta, dopo una diagnosi, può essere trovata la patologia in altri componenti della famiglia. Rispetto ad altre forme di diabete monogenico, questa forma non è associata nel tempo alla comparsa di insufficienza renale o complicanze retiniche e cardiovascolari, né microvascolari.

Legame e confusione tra diabete gestazionale e Mody 2

Spesso durante la gravidanza può essere diagnosticata un’iperglicemia, che se confermata viene assimilata ad un diabete gestazionale (GDM), tuttavia circa il 6% dei casi sarebbe diabete MODY 2, dopo la conferma del test genetico.

È complicato in realtà tracciare delle linee guida per la diagnosi di diabete monogenico in gravidanza, considerando che il test genetico non viene prescritto di routine e che solo di recente si sta facendo un lavoro importante sulla ricostruzione della storia familiare e dell’incidenza delle patologie nelle varie generazioni, a partire dall’età preconcezionale. Il trattamento in questa fase delicata è fondamentale, poiché spesso durante la gravidanza è necessaria una terapia insulinica, per questo l’ideale sarebbe la diagnosi genetica fetale, per individuare la presenza di diabete monogenico nel feto e quindi la risposta allo stato di iperglicemia. Non essendo possibile né sicuro al momento, si utilizza come riferimento il monitoraggio ecografico per la crescita fetale.

Uno dei rischi, in caso di diabete gestazionale ed iperglicemia materna non gestita al meglio, infatti è un’accelerazione della crescita e macrosomia, per cui se al monitoraggio ciò fosse evidente, si potrà dedurre che il feto non ha la mutazione del diabete MODY, e all’iperglicemia materna risponderà con aumentata produzione di insulina, rischiando ipoglicemia fetale. Sarà necessario quindi normalizzare i valori materni con terapia insulinica. Al contrario una crescita normale al monitoraggio, sarà indice di un feto che ha ereditato il diabete MODY, in quanto, la sua sensibilità pancreatica alterata necessiterà di soglie glicemiche più elevate, quindi la terapia con ipoglicemizzanti non verrà somministrata.

Diabete MODY 3

È una forma di diabete raro, causato da una mutazione nel gene HFN 1A, che coinvolge diversi meccanismi dal trasporto del glucosio all’azione del glucagone.

I portatori di questa mutazione hanno il 60% di possibilità di manifestare la malattia prima dei 25 anni, ed il 100%di svilupparla entro i 55-60 anni. Questa forma si caratterizza per essere più severa rispetto al MODY2, oltre ad essere fortemente influenzata da fattori epigenetici ed ambientali, ed è insidiosa nella diagnosi specie durante l’adolescenza perché può inizialmente non distinguersi dal diabete mellito di tipo 1, ad esempio manifestando iniziale chetoacidosi. La differenza la fa anche in questo caso la storia familiare ed il riscontro in più generazioni di casi di diabete, così come l’assenza di autoimmunità, il che fa propendere per il test genetico. La diagnosi differenziale è più che mai importante perché in questo caso la malattia può dare luogo ad un’iperglicemia grave se non trattata, e parliamo del 10-15 % delle forme di diabete monogenico. Inoltre oltre al diabete si manifesta spesso una comorbilità importante a livello della funzionalità renale, retinica e vascolare.

Forma rara di diabete legata a patologia renale

Una forma di diabete molto rara ma ben distinguibile dalle altre è quella caratterizzata da una mutazione genetica del gene chiamato HFN 1B, anche se in realtà trattasi di tante mutazioni messe insieme, che interessano molti organi, nei quali il gene viene espresso, quali il pancreas, il rene, il fegato, il tratto urogenitale, l’intestino. Il livello di comorbilità e di gravità della patologia dipende tanto da fattori genetici quanto da fattori esterni, ormonali, metabolici. La caratteristica distintiva di questa forma di diabete però sono le cisti renali, la cui comparsa può essere anche antecedente al diabete stesso, e prende il nome di RCAD renale cysts and diabetes. Al 50% può manifestarsi insufficienza renale già prima del diabete, minori invece sembrano essere le complicanze che coinvolgono il tratto urogenitale.

La storia familiare e la diagnosi genetica sono salvavita

Esistono tantissime mutazioni che coinvolgono i geni, responsabili della funzionalità pancreatica, della secrezione insulinica, del trasporto del glucosio e di tutti i meccanismi ormonali coinvolti.

La ricerca di queste mutazioni a livello diagnostico può essere molto preziosa, perché può rivelare un numero molto più elevato di patologie diabetiche di natura genetica, che spesso restano silenti o perché senza una sintomatologia evidente fino all’età adulta o perché confuse con forme di diabete più comune, o perché con esordio rapido e sintomi gravi ma tipici anche di altre forme diabetiche. In questo screening la valutazione della storia familiare può essere fondamentale, perché raccogliere i dati sulla presenza di casi di diabete nelle varie generazioni o magari sintomi che potrebbero essere stati ad esso riconducibili, cambiano l’approccio, attraverso una visione di insieme. Probabilmente decenni fa, quando era frequente, quasi un modo di dire “il diabete è un fatto di famiglia”, in qualche modo si osservava quanto poi si sta dimostrando negli ultimi anni.

Qui trovate un articolo in cui abbiamo parlato della relazione Diabete e Covid, per capire come i pazienti fragili siano più a rischio di contagio.

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Salute

Vitamina D e Covid-19: in Inghilterra verrà distribuita gratuitamente alle persone più a rischio.

Inghilterra e Scozia hanno deciso di procedere presto alla distribuzione gratuita di vitamina D per le fasce più fragili della popolazione allo scopo di ottenere una maggiore protezione dal Covid. È una scelta bizzarra o poggia le sue ragioni su un saldo razionale scientifico?

Giulio Divo

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Perché la Vitamina D in Inghilterra viene distribuita gratuitamente alle persone più a rischio contagio?

C’è davvero una relazione tra l’assunzione di Vitamina D e il minor rischio di contagio Covid-19?

Inghilterra e Scozia hanno deciso di procedere presto alla distribuzione gratuita di vitamina D per le fasce più fragili della popolazione allo scopo di ottenere una maggiore protezione dal Covid. È una scelta bizzarra o poggia le sue ragioni su un saldo razionale scientifico?

Boris Johnson, contestualmente all’annuncio del suo secondo periodo di isolamento a causa del Coronavirus, ha anche avuto modo di dichiarare che presto il governo britannico, sulla scia di quanto fatto in Scozia, distribuirà gratuitamente (e per quattro mesi) vitamina D ad anziani, obesi e persone di etnia con pelle scura, come si può leggere su diversi giornali. Si tratta infatti, dati alla mano, dei segmenti di popolazione più a rischio gravità in caso di infezione da Covid-19.

Una “scelta di campo” importante e che spinge a riflettere sulle effettive capacità del calcifediolo (25-idrossi-vitamina D) e del calcitriolo (il nome più corretto della 1-25-idrossi-vitamina D) di svolgere un’azione positiva sul sistema immunitario. Andiamo allora a vedere più da vicino quali sono le basi scientifiche che hanno portato a questa decisione, parlandone con Annamaria Colao, docente di endocrinologia presso l’Università Federico II di Napoli e Presidente eletta della Società Italiana di Endocrinologia.

 

Professoressa, la dichiarazione di Boris Johnson è stata accolta da reazioni ambivalenti: da una parte l’entusiasmo di coloro che magnificano le doti della vitamina D, dall’altra lo scetticismo di chi ritiene che si tratti di una specie di “mossa della disperazione”, più demagogica che logica. Lei che cosa ne pensa?

Che le reazioni emotive ci fanno, al solito, perdere di vista la visione di insieme.

Cominciamo allora con il dire che se noi pensiamo di curare il Covid-19 con la vitamina D non abbiamo inteso a che cosa serva: non si tratta di un antivirale, non è un farmaco.

Non dobbiamo metterci nella condizione di pretendere da una sola sostanza la soluzione dei nostri problemi. Una volta chiarito questo, dobbiamo però anche fare i conti con una estesa produzione scientifica di tipo clinico che ci impone di considerare la vitamina D (continuiamo a chiamarla così per comodità, ma insisto nel fatto che non si tratti di una vitamina, bensì di un ormone, il calcitriolo) quale sostanza in grado di svolgere un’azione immunomodulante che può essere sfruttata anche in questa occasione.

Quindi lei è tra i fautori della vitamina D come presidio preventivo

Non sono io: è la produzione scientifica di lungo periodo che va a conferma di ciò.

Proprio mentre stiamo parlando ho sotto mano i dati di uno studio spagnolo, condotto su 76 pazienti affetti da Covid-19. In questo studio alcuni di essi sono stati trattati con una aggiunta di calcifediolo nel protocollo terapeutico (il calcifediolo è la vitamina D dopo la prima forma di attivazione, da parte del fegato. Per vedere le differenze tra colecalciferolo, calcifediolo e calcitriolo, leggi l’articolo Vitamina D, Calcitriolo, colecalciferolo, calcidiolo. Cosa sono? Facciamo un po’ d’ordine ).

Ebbene tra questi, nel gruppo di coloro che avevano ricevuto il calcifediolo, solo un paziente ha subito un aggravamento tale da doverlo condurre in terapia intensiva. Nel gruppo di controllo, con identico protocollo ma senza calcifedolo, la metà è entrata in terapia intensiva e ci sono stati due decessi.

Ho citato questo studio, ma potrei aggiungere, per esempio, che anche il Governo locale andaluso, sempre in Spagna, ha raccomandato la somministrazione di calcifediolo agli anziani e ai residenti nelle RSA per migliorare la loro capacità di resistenza al Covid-19. Direi che ormai ce ne dovrebbe essere abbastanza anche per quelli che io chiamo i “negazionisti della vitamina D”.

È un’immagine forte, quella dei “negazionisti della vitamina D”…

E come potremmo chiamare coloro che ignorano pervicacemente i risultati di studi e ricerche che si svolgono in Italia e all’estero sull’utilità della vitamina D? A me non viene in mente un aggettivo migliore. E mi dispiace che tra questi ci siano anche colleghi medici, i quali non hanno mai approfondito le funzioni della vitamina D e quindi non ne riconoscono la centralità del ruolo in moltissimi processi biologici.

Vuol dire che dovremmo assumere tutti vitamina D, per essere più tranquilli?

Non è questo il modo corretto di impostare il discorso.

Io parto da un presupposto differente: sono una persona a rischio carenza per condizioni personali come l’obesità, stile di vita, intolleranze alimentari, età avanzata? Ebbene eseguire un controllo del dosaggio del calcifediolo, il 25(OH)D, è importante.

Per le altre persone è comunque consigliabile all’interno dei normali esami di screening. Così, in caso di carenza, si potrà impostare una strategia di supplementazione mirata sulle esigenze del singolo paziente. Ciò, peraltro, anche a prescindere dal Covid.

In quest’ultimo periodo anche sui grandi quotidiani sono state citate molte molecole come promettenti per sconfiggere il Covid. Poi, dopo un momento di iniziale entusiasmo, tutto si è raffreddato. Potremmo citare come esempi la quercitina e la lattoferrina. Sarà lo stesso per la vitamina D?

Se così fosse, non mi stupirebbe ma ne sarei dispiaciuta.

Ma andiamo un attimo al di là dei titoli dei giornali e guardiamo invece la produzione scientifica a sostegno delle molecole che ha citato: posto che non ho alcuna intenzione o voglia di polemizzare con nessuno e che ritengo ogni ricerca interessante e meritevole, oggi i dati a sostegno dell’efficacia della lattoferrina sono relativi a sperimentazioni in vitro. Sulla quercitina i dati sono incerti. Per la vitamina D abbiamo evidenze in vivo che, a mio parere, giustificherebbero un interesse concreto non dei media, ma da parte dei decisori politici o dei vari CTS.

Torniamo allora al discorso iniziale, quello di Boris Johnson: perché i decisori politici si muovono in modi diversi, pur dovendo fronteggiare la medesima emergenza sanitaria?

Perché il decisore ha dei consiglieri di cui deve assolutamente e giustamente tenere conto.

Se il consulente del decisore è un epidemiologo statistico, egli potrà dire con ragione che non c’è una evidenza statistica forte a sostegno della somministrazione della vitamina D per la prevenzione del Covid. Ma, e perdonatemi l’apparente gioco di parole, una mancanza di prova non costituisce di per sé una prova di mancanza. È una questione di interpretazioni e, purtroppo, devo dire che sulla vitamina D c’è poca cultura. Ma d’altronde c’è anche poco interesse a fare cultura.

In che senso?

Faccio un esempio che serve a chiarire il corto circuito culturale: è un dato di fatto che molti specialisti suggeriscano a pazienti alle prese con malattie autoimmuni generose integrazioni a base di vitamina D, fatti i debiti controlli, sulla base di una medicina dell’evidenza. Spesso questi stessi pazienti vengono sottoposti a terapie con anticorpi monoclonali. Ebbene, ci sono studi che dicono chiaramente come una terapia a base di anticorpi monoclonali più vitamina D sia migliore di quella con soli anticorpi? No, non ci sono. E così mancano le evidenze tali da poter consentire, per esempio, la rimborsabilità della vitamina D per questi pazienti, anche se ne fanno largo uso.

Ma d’altra parte è anche normale che questi studi non ci siano: l’azienda che produce anticorpi monoclonali ha interesse a ottenere la validazione di un farmaco sofisticatissimo e molto costoso, non fa una ricerca estesa anche a molecole adiuvanti.

Viceversa, le aziende che producono la vitamina D non hanno abbastanza forza economica per accollarsi i risultati di sperimentazioni costosissime solo per dimostrare che la molecola può essere un adiuvante per la terapia principale. Ecco allora che il peso della ricerca è sulle spalle della clinica, che produce risultati interessanti ma a macchia di leopardo, con numeri che non sono in grado di spostare la percezione globale dell’importanza della vitamina D per l’organismo.

Ed è per questo che io ne parlo volentieri: mi interessa contribuire a fare cultura su questa sostanza che, a mio avviso, ha ancora moltissimo da dirci sul suo ruolo rispetto alla nostra salute.

 

Se vuoi approfondire come e perché la Vitamina D aiuta il sistema immunitario leggi questo nostro articolo in cui Annamaria Colao ci racconta perché sarebbe utile monitorarne i livelli nel sangue.

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