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Benessere

Preeclampsia, un fattore di rischio per la depressione post parto

Non solo è tra le prime cause di parto indotto, di nascita pretermine e di mortalità e morbilità materno-infantile: la pre-eclampsia può avere insidiose conseguenze a lungo termine, sia sul piano fisico che su quello mentale, che solo da poco stiamo iniziando a comprendere.

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Preeclampsia: perché è pericolosa anche per la mente.

Il benessere psicologico della donna durante e dopo la gravidanza viene messo a dura prova dalla preeclampsia, che rischia di sfociare anche in depressione post parto.

Non solo è tra le prime cause di parto indotto, di nascita pretermine e di mortalità e morbilità materno-infantile: la preeclampsia può avere insidiose conseguenze a lungo termine, sia sul piano fisico che su quello mentale, che solo da poco stiamo iniziando a comprendere.

Si tratta di un disordine ipertensivo che insorge dopo la 20 ° settimana di gestazione, coinvolge più di un sistema di organi del corpo ed è rivelato da valori pressori elevati, presenza di proteine nelle urine ed edema. Le prime avvisaglie, spesso non adeguatamente riconosciute dalle donne, sono forti mal di testa, problemi alla vista (lampi e luci, da cui il nome “eclampsia”), ritenzione dei liquidi, nausea e aumento di peso.

Secondo il National Institute for Health and Care Excellence (NICE UK), la pre-eclampsia (che può sfociare in eclampsia, HELLP syndrome nelle forme più severe) colpisce circa 5-8 gravidanze su 100, ma la sua incidenza sta aumentando, insieme al diffondersi dei fattori di rischio tipici della nostra società: età avanzata alla prima gravidanza, obesità, problematiche vascolari, gravidanze multiple.

Giada Bossi e il professor Herbert Valensise spiegano come riconoscere la preeclampsia, quali sono i suoi  primissimi sintomi e quali sono i rischi di questo disturbo in questo articolo.

Un’esperienza traumatica, che può originare quadri depressivi.

Anche se, nel mondo occidentale, solo raramente questa patologia sfocia nella morte della madre e nella perdita del feto, la sua diagnosi si impone spesso come un trauma.

La pre-eclampsia si manifesta improvvisamente, in genere in una donna senza precedenti problematiche, che si aspettava una gravidanza normale, mettendone a repentaglio la salute, la possibilità di portare avanti la gestazione con successo e, a volte, la sopravvivenza stessa.

Nei casi più gravi, la madre è costretta ad affrontare periodi di degenza in ospedale, con relative conseguenze sul piano psicologico.

Può andare incontro a complicanze ostetriche drammatiche, riduzione della crescita fetale, morte endouterina, parto pretermine e ricovero del neonato in terapia intensiva neonatale, ospedalizzazione dopo il parto.

Queste esperienze, spesso segnate da vissuti di grande incertezza, sofferenza, senso di perdita di controllo, sradicamento della propria identità, paura e dolore fisico, possono scatenare una sintomatologia post-traumatica, stati di intenso stress, flashback e pensieri disturbanti, incubi e comportamenti di evitamento (per esempio delle visite mediche) dannosi e invalidanti.

Come rivela la review e meta analisi pubblicata nel 2019 su Archives of Women Mental Health, un buon numero di studi e ricerche qualitative conferma l’associazione tra pre-eclampsia aumentata incidenza di disordini psichiatrici di tipo post-traumatico e, soprattutto, depressivo, che talvolta si estendono ben oltre il periodo perinatale, anche nelle donne che in precedenza non avevano mai sofferto di disturbi mentali.

Ricordiamo che la depressione post parto coinvolge circa il 13% delle neomamme (World Health Organization) e impatta negativamente sulle prime relazioni tra mamma e bambino, con possibili problematicità nello sviluppo.

Sono stati valutati anche i possibili fattori neurobiologici alla base dell’aumentato rischio di depressione dopo la preeclampsia: e la componente infiammatoria, comune a entrambe le patologie, sembra avere un ruolo determinante.

E infine, nel puerperio la madre spesso lamenta sintomi debilitanti, quali stanchezza, mal di testa, problemi del sonno e della concentrazione, che possono contribuire alla comparsa di un quadro depressivo.
I sintomi psicologici derivanti da una gravidanza ad alto rischio, soprattutto se non compresi e trascurati, possono persistere per anni determinando alterazioni dell’umore, ma anche difficoltà nella relazione mamma bambino e nella reintegrazione nel mondo del lavoro.

Un nuovissimo studio: conseguenze a lungo termine sulla salute del cuore

Oggi si sa che anche il corpo fatica a riprendersi dalla pre-eclampsia, e non sempre vi riesce del tutto. In particolare sulla salute del cuore, questa patologia può avere conseguenze a lungo termine, come rivela una review ad ampio raggio appena uscita sul British Medical Journal, sul rapporto tra fattori riproduttivi e rischio di insufficienza cardiaca femminile (una condizione ancora sottostimata e poco conosciuta nelle sue specificità).

Il vissuto psicocorporeo della preeclampsia è problematico e delicato, sia per la madre che per il bambino, ecco perché diventa fondamentale creare un maggiore spazio di consapevolezza su questa malattia, nei sanitari, negli operatori e nelle famiglie. Grazie a un’educazione perinatale completa e non omissiva, seguendo le madri da vicino e attentamente nei primi mesi dopo il parto, per migliorare gli esiti clinici e la qualità di vita della mamma, del neonato e dell’intero nucleo familiare.

Sul piano psicoterapico, ha mostrato effetti positivi la terapia breve basata sull’accettazione, la ACT (Acceptance and Commitment Therapy) uno strumento adeguato anche al setting ospedaliero, che aiuta ad “Aumentare la flessibilità psicologica e la capacità di accettare pensieri e sentimenti sgradevoli derivanti da situazioni di grande incertezza, mancanza di controllo e avversità”.

Accogliere l’ambivalenza è fondamentale in questa fase della vita, in particolare dopo una gravidanza a rischio.

A volte la nascita di un figlio ha per la salute della donna conseguenze irreversibili e lascia nel profondo del suo corpo, come della sua psiche, delle cicatrici così profonde che alcune, pur amando profondamente i loro bambini, non ripeterebbero l’esperienza.

È difficile, tuttavia, parlare apertamente dei costi biologici e psicologici che la gravidanza può avere per le madri, cui dolore spesso resta inespresso, inesprimibile, non accolto. E rischia, purtroppo, di infettare il terreno psichico tutto attorno.

Emozioni umbratili, ancora troppo spesso occultate da una narrativa sacralizzante della maternità, che la racconta come momento idilliaco e privo di chiaroscuri, dove una femminilità sana incontrerebbe, senza intoppi, il naturale compimento e la felicità. E se c’è bisogno di asciugare le lacrime, spunta la retorica dell’abnegazione e del “sacrificio fatto volentieri”, che, se può contribuire a dare senso ad alcuni vissuti dolorosi, soffoca però altre emozioni, meno socialmente accettate e dunque più difficili da riconoscere e tollerare in sé.

L’irritazione, la frustrazione, la rabbia, il rimpianto e il risentimento di una madre restano  ancora oggi indicibili, impossibili, immorali.

Non si lascia loro spazio per manifestarsi ed essere elaborati, quasi nemmeno per essere pensati, proprio laddove, al contrario, poterlo fare  sarebbe vitale per la salute psichica dell’intero nucleo familiare.

Eppure essi possono esistere nell’esperienza di una madre, più spesso mischiati a gioia, soddisfazione e amore, perché l’ambivalenza fa parte della maternità, come di tutte le esperienze umane.

Ancora oggi, restano un doloroso “non detto”, come leggiamo nel libro della studiosa israeliana Orna Donath, “Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro”, un paper che ha sfidato un tabù ed è diventato un best seller illuminante (Bollati Boringhieri, Torino, 2017) che tutte dovremmo sfogliare.

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Benessere

Sovrappeso nei bambini: quando intervenire?

Il problema del sovrappeso nei bambini rientra con lo sviluppo oppure rischia di peggiorare?
Scopriamo quali sono le conseguenze del sovrappeso nei bambini per la salute a lungo termine, i segnali d’allarme e le corrette modalità per affrontarlo efficacemente.

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Il problema del sovrappeso nei bambini rientra con lo sviluppo oppure rischia di peggiorare?

Scopriamo quali sono le conseguenze del sovrappeso nei bambini per la salute a lungo termine, i segnali d’allarme e le corrette modalità per affrontarlo efficacemente.

Il sovrappeso è un problema sempre più diffuso nella popolazione pediatrica e i dati Unicef rivelano che sono 40 milioni i bambini in eccesso ponderale già prima dei cinque anni di età. Nonostante l’allarme lanciato da medici e ricercatori, spesso il problema è sottovalutato e resta senza risposta, nella convinzione che sia senza conseguenze e in ogni caso destinato a regredire con la crescita.

Gli studi scientifici ci rivelano che, in realtà, avviene proprio il contrario:

un bambino in sovrappeso rischia di esserlo anche da adulto, soprattutto se lo squilibrio ponderale è importante.

Dal 26 al 41% dei bambini obesi in età prescolare sarà obeso da adulto, e in età scolare la percentuale sfiora addirittura il 60%, secondo i dati del Ministero della Salute.

Le possibili alterazioni dovute al sovrappeso durante l’età in cui l’organismo si sviluppa sono significative: accumulo di grasso nel fegato (steatosi), incremento dei livelli di insulina e aumento della probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, rialzo di colesterolo, trigliceridi e acido urico, aumento della pressione arteriosa, disordini muscoloscheletrici dovuti al sovraccarico ponderale, maggior rischio di fratture.

E possono avere conseguenze a lungo termine, in età adulta: per  l’Oms, chi da bambino è stato in sovrappeso, è affetto con frequenza superiore alla media da disturbi cardiovascolari, da osteoartriti e da alcuni tipi di tumore (dell’endometrio, del colon e del seno).

Rilevanti anche le implicazioni psicologiche dell’obesità infantile: depressione, ansia, isolamento, con conseguenze sulla vita sociale e affettiva, a volte anche sulla carriera scolastica.

È bene quindi, non sottovalutare l’eccesso di peso nei bambini. Riconoscerlo, però, non è sempre facile.

Il bambino si è irrobustito in poco tempo, è crescita o sovrappeso?

L’abbiamo chiesto al dottor Francesco Iarrera, nutrizionista e responsabile del Centro di Riabilitazione Nutrizionale di Oliveri, associato all’AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso).

«Per capire se l’aumento di peso rientra nella norma, non utilizziamo valutazioni soggettive, che possono risentire del nostro rapporto con l’alimentazione e il cibo, ma facciamo riferimento al pediatra.

Sarà lo specialista a pesare il bambino, misurarne l’altezza e consegnare ai genitori un report con le curve di peso, uno strumento grafico che permette di capire se la crescita e l’aumento ponderale siano ottimali in rapporto all’età. Il medico valuterà se la curva si allontana dai valori medi tanto da meritare un intervento, e saprà indicare la strategia più adeguata.

Alcuni segnali di una condizione di disagio, in ogni caso, si possono cogliere semplicemente osservando e ascoltando il bambino. Attenzione, per esempio, se inizia a mangiare in maniera fortemente selettiva, orientando le scelte verso alcuni cibi “spazzatura”, come patatine, alimenti da fast food, dolciumi, merendine.

Prestiamo ascolto anche alle preoccupazioni relative al peso e alla forma del corpo (“mi sento grasso”, “ho la pancia”, “mi prendono in giro perché sono lento”, ecc.), evitando di svilirle o ridicolizzarle».

Meglio aspettare o agire subito?

« L’eccesso di peso nei bambini deve essere affrontato il prima possibile e in modo corretto.

Immaginate di avere a casa un tubo che perde, in un punto difficile da raggiungere e che voi decidiate di ignorarlo. La conseguenza sarà che il tubo perderà sempre più acqua e allagherà casa. Lo stesso può accadere con il sovrappeso di vostro figlio.

È bene agire in modo tempestivo. I bambini apprendono molto facilmente e sono degli ottimi pazienti, al contrario di quello che si crede.

È importante, però, cominciare a pensare più a una rieducazione nutrizionale che a una dieta fatta di dosaggi e restrizioni.

I dati clinici ci rivelano che, purtroppo, un bambino a cui viene somministrata una dieta ferrea difficilmente risolverà il suo problema, anzi correrà un rischio maggiore di essere un adulto obeso, oltre che di sviluppare un disturbo dell’alimentazione negli anni seguenti».

È preferibile rivolgersi al pediatra o cercare da soli un nutrizionista?

«Evitiamo il fai da te, ma andiamo dal pediatra, che potrà consigliare un cambiamento strategico delle abitudini di tutto il nucleo familiare (dieta e attività fisica) e fornire delle linee guida appropriate, ma anche inviare il bambino a uno dei centri di nutrizione pediatrica presenti sul territorio o suggerire un nutrizionista o un dietista esperto in alimentazione infantile».

Quali sono gli strumenti di intervento oggi considerati più efficaci?

«Fondamentale per tutti è l’educazione alimentare, da iniziate il prima possibile, anche prima dei sei anni di età, e che dovrebbe ovviamente interessare l’intero nucleo familiare.

In caso di difficoltà conclamate, tra gli interventi di cui è dimostrata l’efficacia spicca la terapia comportamentale basata sulla famiglia (FBT): un programma finalizzato a produrre cambiamenti nell’alimentazione e nell’attività fisica con un sistema di incentivi, che impegna tutto il nucleo familiare.

In pratica, si concorda con i bambini una sorta di gioco a premi. Per ogni cambiamento che il bambino riesce a mettere in pratica, riceve dal genitore un gettone con uno smile, che ripone in un salvadanaio. La conquista di alcuni gettoni si concretezza in un piccolo premio, correlando il comportamento alimentare sano con la ricompensa gratificante e riplasmando poco alla volta il comportamento del bambino.

Si tratta di premi piccoli, da elargire frequentemente (per esempio a cadenza settimanale), in modo tale che la motivazione sia sempre sostenuta: un paio di calzini divertenti, delle figurine (mai un premio fatto di cibo).

In questo modo si rinforzano le condotte benefiche per la salute e si facilita l’acquisizione di uno stile di vita più sano».

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Benessere

Mio figlio non mangia niente! Quando il cibo fa paura

Può essere solo una fase oppure il preludio di un disturbo alimentare. Ecco quando allertarsi e rivolgersi al pediatra, se un bambino ha uno scarso interesse per il cibo o fatica a introdurre alimenti nuovi nella dieta.

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Perché mio figlio non mangia niente?

Può essere solo una fase oppure il preludio di un disturbo alimentare. Ecco quando allertarsi e rivolgersi al pediatra, se un bambino ha uno scarso interesse per il cibo o fatica a introdurre alimenti nuovi nella dieta.

Ci sono bambini proverbialmente schizzinosi, che accettano soltanto pochi alimenti già noti e sono pronti a digiunare piuttosto che introdurre qualcosa di diverso; spesso si saziano in fretta e sono sospettosi nei confronti del cibo.

Come capire se è una tappa di crescita, magari legata a situazioni familiari o scolastiche, che si risolverà da sé, oppure un vero e proprio disturbo alimentare?

E quando è il caso di consultare il pediatra?

Scopriamolo con la psicoterapeuta Pamela Pace, psicoanalista e presidente Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus.

La dottoressa Pace si occupa dei disordini del comportamento alimentare nell’infanzia ed è autrice con Aurora Mastroleo, di “Mangio o non mangio? I disordini alimentari e i bambini” (edito da Mondadori).

 

Le difficoltà alimentari a volte fanno parte dello sviluppo normale?

«Non sempre l’inappetenza è patologica: vi sono bambini a cui piace il cibo e bambini tendenzialmente disinteressati al momento dei pasti.

Una certa diffidenza nei confronti degli alimenti nuovi, quando è contenuta e limitata nel tempo, fa parte del processo di crescita. Per esempio potrebbe manifestarsi con lo svezzamento, quando il bambino perde il piacere della suzione e del rassicurante corpo a corpo con la mamma. Il piccolo può essere invaso da una serie di emozioni sgradevoli, come rabbia, paura e dispiacere, proprio mentre incontra gli alimenti solidi, che provocano in lui un rifiuto e a volte può volerci qualche tempo per accettare questa nuova era del rapporto con il cibo.

Più avanti nella crescita, alcuni cambiamenti significativi possono avere ripercussioni sulla sfera del cibo: l’entrata al nido, alla materna o alle elementari, la nascita di un fratellino o di una sorellina, un lutto in famiglia o la separazione dei genitori. La problematica a tavola, allora, rispecchia la fatica del piccolo in quel particolare momento, ed è importante che sia affrontata con sensibilità e consapevolezza rispetto ai vissuti emotivi che essa cela».

Qual è la relazione tra cibo, emozioni e affettività?

«L’atto nutritivo non veicola solo sostanze che vanno a riempire il pancino, ma anche messaggi che riguardano la dimensione relazionale e affettiva, sono cibo per il cuore e costituiscono una prima forma di comunicazione e di relazione: si mangia sempre alla tavola dell’altro.

Lo osserviamo in modo evidente nel neonato, dipendente in tutto dalla persona che lo accudisce, che, insieme agli alimenti, gli offre dedizione e amore: quando, dopo l’allattamento rimane attaccato alla tettarella o al seno, il piccolo non sta più esprimendo il bisogno di essere nutrito, ma innalza una richiesta d’amore:  “Fammi stare ancora qui, tienimi vicino, perché ho bisogno di sapere che posto ho nel tuo cuore e nel tuo desiderio”.

Ogni essere umano si “nutre” innanzitutto della risposta alle domande: “Chi sono io per te, che posto occupo nel tuo desiderio, ti manco, mi puoi perdere?”.

L’angoscia della prima infanzia è l’angoscia dell’abbandono, di non essere dentro il pensiero e l’attenzione di mamma e papà. L’accettazione del cibo rimanda proprio all’accettazione di un legame affettivo e rispecchia la fiducia e la sicurezza del bambino rispetto a quel legame».

Un comportamento alimentare anomalo può contenere un messaggio rivolto agli adulti significativi?

«Nel rapporto del bambino con l’atto alimentare è sempre implicato il mondo inconscio degli affetti e delle emozioni, dunque la relazione con l’altro, inizialmente la mamma, il papà, i nonni, poi i compagni, le educatrici e le insegnanti che prendono parte alla mensa. Per questi motivi, quando il bambino incontra qualche difficoltà nel suo percorso o nell’ambiente di crescita, l’ambito alimentare, più di altri, può snaturarsi e diventare un territorio di opposizione e di protesta.

Attraverso il rifiuto del cibo, ma anche per esempio attraverso il suo divoramento eccessivo, il bambino veicola un messaggio che è bene i genitori (e gli educatori) imparino a cogliere e a tradurre correttamente, chiedendosi: “Cosa mi sta dicendo? Quali emozioni e vissuti sta comunicando?”.

L’importante è che il genitore inizi a interrogarsi sulla richiesta insita nel comportamento del bambino, invece di irritarsi, insistere e instaurare con il piccolo un braccio di ferro che inevitabilmente creerà delle resistenze in lui».

Cosa fare a tavola, se il bambino si rifiuta di mangiare?

«Può essere utile, per esempio, arricchire il momento del pasto di colori, musica e fantasia, per aumentare la quantità di stimoli oppure far partecipare i piccoli alla preparazione, per accrescere il coinvolgimento nei bambini poco interessati al cibo.

Le modalità minacciose sono controproducenti (“Mangia tutto, se no arriva il vigile e ti porta via”), così come quelle affettive (“Mangia tutto, perché se no fai piangere la mamma” oppure “Guarda tuo fratello come è bravo”). Entrambe confondono il bambino, mentre il metodo ricattatorio (“Se non mangi non ti compro il gioco”) gli fa presto capire che, accettando o rifiutando il cibo, anche lui può esercitare un potere, che non esiterà a usare (“Se tu non mi compri il gioco, io chiudo la bocca”)».

C’è anche una componente transgenerazionale, nell’atteggiamento verso il cibo e i pasti?

«Certamente. Il comportamento alimentare umano viene in gran parte appreso. Il bambino impara a rapportarsi con la sfera alimentare attraverso l’esempio che gli adulti di riferimento gli mostrano quotidianamente, in modo esplicito o meno, attraverso azioni e discorsi.

Se il genitore stesso tende a soddisfare le proprie esigenze emotive attraverso il cibo, sarà più difficile per lui imparare a distinguere i diversi bisogni del bambino e a dar loro risposte appropriate. Per questo, acquisire una maggiore consapevolezza rispetto all’atto nutritivo è davvero fondamentale».

Quando bisogna preoccuparsi?

«Se l’atteggiamento selettivo ed evitante perdura negli anni, peggiora e/o comporta l’introduzione di una quantità di cibo inadeguata e carente sotto il profilo dei nutrienti, anche lo sviluppo potrebbe esserne influenzato. Allora è necessario consultarsi con il medico curante».

Ma, anche prima di arrivare a questa condizione, può essere utile chiedere aiuto o supporto, senza paura di sentirsi criticati o giudicati: non esistono genitori perfetti, ognuno fa o dovrebbe fare il suo meglio e, soprattutto, è colui che più di ogni altro conosce il proprio bambino.

 

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Disturbi ossessivo compulsivi e Covid-19

È un urto sotterraneo quello del Covid-19 sulla nostra salute mentale, il prezzo nascosto della pandemia, che un po’ tutti stiamo pagando. Il suo impatto psichiatrico e psicologico non si può più ignorare.

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disturbi ossessivo compulsivo covid

È un urto sotterraneo quello del Covid-19 sulla nostra salute mentale, il prezzo nascosto della pandemia, che un po’ tutti stiamo pagando. Il suo impatto psichiatrico e psicologico non si può più ignorare, come denunciano gli psichiatri della Sip e della Sinfp (la Società italiana di psichiatria e la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia) e secondo alcuni report internazionali, quali la survey della Kaiser Family Foundation, addirittura il 40 % della popolazione risentirebbe delle conseguenze dello stress da pandemico.
Molti disturbi mentali si sono presentati per la prima volta in questi mesi e spesso chi aveva già una diagnosi ha visto peggiorare i propri sintomi. Lo stato di pandemia può infatti slatentizzare angosce e ossessioni, aggravando quadri psicopatologici preesistenti. Oltretutto chi ha contratto il Covid-19 in forma grave sembra più esposto al rischio di sviluppare disturbi d’ansia e depressione, come dimostra un nuovo studio del San Raffaele.
Siamo tutti chiamati a confrontarci con la perdita delle basi di sicurezza che davamo per scontate, un senso di incertezza che fa aumentare i livelli generali di ansia e di ipocondria. Oggi il concetto stesso di normalità è profondamente trasformato, come scrive Giorgio Nardone, nel suo “Covid-19, il virus della paura” (Paesi Edizioni, 2020); angoscia, negazione, rabbia entrano nell’esperienza quotidiana, mentre disturbi d’ansia, depressione e insonnia interessano una percentuale crescente della popolazione.

 

Siamo tutti un po’ ossessionati?

In particolare, le misure di contenimento, l’isolamento sociale e il timore del contagio sembrano aver aumentato l’incidenza e la gravità dei disturbi ossessivo-compulsivi. La comunità scientifica li chiama con l’acronimo DOC, riguardano circa il 2-2,5% della popolazione e in Italia le persone con questa diagnosi sono circa 800.000. In aumento…
In questo periodo storico, è davvero difficile non ritrovarsi tutti un po’ “ossessionati” da ciò che accade, ma questo non significa necessariamente che si è sviluppato un DOC, caratterizzato da sintomi precisi e ben riconoscibili.
Tuttavia, la International OCD Foundation, avverte che la pandemia può aggravare la sintomatologia ossessivo-compulsiva e far emergere casi sommersi, in particolare nel disturbo “da contaminazione e da controllo”, una delle varianti della patologia. Oggi che il mondo appare a tutti quanti assai più insicuro e infetto del solito, i timori irrazionali di contaminazione del DOC diventano, almeno in parte, razionali, necessari e quotidiani, e per il paziente si aprono nuove, non semplici, sfide: come distinguere le preoccupazioni legate al proprio disturbo da quelle oggettive rispetto allo stato della situazione sanitaria? Come gestire l’ansia ed evitare di precipitare sempre di più nelle spire della psicopatologia?
Il DOC è un disordine legato al senso di incertezza, e la situazione attuale costituisce un significativo trigger. Quanto durerà, cosa succederà, come davvero ci si contagia, come si guarisce? Sono interrogativi ancora aperti per tutti, più drammatici se si ha alle spalle una storia di ossessioni e compulsioni. E con un ulteriore interrogativo: una volta finita la pandemia, sarà possibile tornare alla normalità, rinunciando ai rituali di pulizia che ora sono raccomandati dalle autorità sanitarie?

Cosa è il disturbo ossessivo compulsivo?

Bisogna fatare alcuni luoghi comuni. Chi ha un DOC non è semplicemente una persona “molto precisa”, “fissata” con l’organizzazione e l’igiene. In realtà, quando il disturbo è attivo, questi individui non possono fare a meno di pulire o di controllare ripetutamente ogni minimo dettaglio, anche se questo crea loro un estremo disagio. A poco a poco restano bloccati in una prigione mentale che ne soffoca le esistenze. Il DOC è infatti una delle patologie in assoluto più invalidanti, fonte di grande sofferenza per chi ne è affetto.
Si chiama disturbo ossessivo compulsivo, perché fatto da ossessioni, pensieri intrusivi, che si presentano in modo insistente e generano emozioni angosciose. A queste, la persona risponde con azioni compensatorie, atte a ridurre lo stato di ansietà (le compulsioni). L’effetto rassicurante, tuttavia, è di breve durata… L’ossessione infatti si ripresenta, viene riproposta la compulsione e così via, in un circolo vizioso privo di razionalità rispetto allo scopo, che imprigiona chi ne soffre. La soluzione del problema diviene in breve il problema stesso, interferendo con le attività quotidiane e talvolta rendendole impossibili.

 

Washer, Cleaners e Checkers: la contaminazione e il controllo

Esistono diversi tipi di DOC, i più vulnerabili alla situazione pandemica sono i cosiddetti Washers e Cleaners, dominati dalla paura della contaminazione, che esitano in comportamenti ripetitivi di evitamento e di pulizia, e i Checkers, che temono di provocare danni a sé o agli altri per negligenza e sviluppano compulsioni di controllo.

Le attuali linee guida sull’igiene e il distanziamento possono indurre queste persone a incontrare ulteriori estremi comportamentali o riattivare ossessioni preesistenti. Il consiglio di detergersi spesso le mani, per esempio, può trasformarsi nel lavarsi centinaia di volte al giorno o con sostanze troppo aggressive. Paradossalmente può anche accadere che ci si iperfocalizzi solo su alcuni dettagli (per es. la decontaminazione delle superfici o del corpo), ignorando altri versanti fondamentali della prevenzione, come suggerisce Nathaniel Van Kirk, PhD, del McLean OCD Institute.

Tuttavia per chi prima del Covid-19 aveva già sintomi cronici le cose spesso non cambiano molto. Più a rischio, chi invece manifestava sintomi lievi, che a causa dello stress pandemico possono accentuarsi, oltrepassando la soglia clinica. In tal caso, è davvero importante attivarsi, rivolgendosi al proprio medico di base, che saprà fornire le indicazioni opportune.

Come si affronta il problema?

La sfida del paziente con DOC è quella di seguire le linee guida delle autorità sanitarie, pur continuando il proprio percorso di arginamento delle ossessioni e compulsioni proprie del disturbo. Diventa quindi fondamentale distinguere le preoccupazioni e le misure esagerate – ossia legate al DOC – da quelle necessarie a proteggersi dal Covid-19. Il terapeuta, ma anche i familiari, possono aiutare a riconoscere le azioni protettive opportune da quelle eccessive, favorendo un maggiore insight sul disturbo e alleviandolo.
L’International Obsessive-Compulsive Disorder Foundation website on COVID19, punto di riferimento per questa patologia, raccomanda di:

– impostare un piano quotidiano preciso, basato sulle raccomandazioni del Ministero della Salute, attenendosi il più possibile a quelle. Se si prova la tentazione di eccedere, chiedere l’aiuto di una persona cara per valutare la reale necessità di ogni misura aggiuntiva.

– Proteggersi dall’eccesso di informazione, evitando la ricerca compulsiva di notizie: consultare solo le fonti riconosciute (per esempio il Ministero della Salute e l’OMS) e imporsi un limite di tempo per lo scorrimento delle news o la visione del telegiornale.

Più consapevolezza vuol dire più salute
Di questi tempi, ognuno di noi può sperimentare un piccolo assaggio dell’inferno quotidiano di un paziente doc, il senso di incertezza, l’ansia del tener traccia di tutto ciò che si è toccato. “E se fossi asintomatico?”, “E se avessi contaminato qualcuno senza accorgermene?”, e così via. Chi convive con un doc, è già abituato a questo, anzi spesso l’ha affrontato in terapia, acquisendo strumenti di gestione. La ERP Therapy (Exposure and Response Prevention), utilizzata in questi disturbi, insegna proprio a convivere con il senso di instabilità e tollerare il disagio, senza cadere nella compulsione. Ecco perché molti pazienti doc sono in grado di rispondere con efficacia alle sfide attuali. Anzi, probabilmente hanno qualcosa da insegnarci…
Spesso, tuttavia, il DOC resta senza diagnosi e senza trattamento. Non sempre si ha la coscienza della problematicità delle compulsioni, etichettate come semplici stranezze o banalizzate (“Siamo tutti stressati al giorno d’oggi…”), oppure si prova vergogna a chiedere un parere medico. È invece davvero fondamentale imparare a riconoscere i segni di un doc, in sé e nei propri cari, consentire un migliore accesso alle cure, evitare lo stigma dovuto a ignoranza e aumentare davvero la qualità di vita, Covid-19 o meno.

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