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Il microbioma: cos’è e come si trasforma

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C’è chi ha definito il corpo umano come un meta-organismo e in effetti è composto anche da virus, batteri e funghi, le componenti che formano il microbioma: sulla sua composizione si può influire, per curare certe malattie e prevenirne altre.

 

Sorprendentemente, il tutto può iniziare ancor prima della nascita quando, durante la gravidanza, è il microbioma della madre a influire in maniera determinante su quello del nascituro; un’impronta che, pur con continue modificazioni, rimarrà per tutta la vita.

Si stima che i microrganismi presenti nel corpo umano siano in numero dieci volte maggiore delle stesse cellule umane, a cui sono metabolicamente e immunologicamente integrate, ma forse è ancora più impressionante pensare che, nel loro insieme, formano una biomassa che pesa oltre un chilo e mezzo. Le specie di microrganismi identificate sono circa un migliaio e ogni essere umano ne ospita almeno 160 specie.

Come spiega Susanna Esposito, direttore dell’Unità di pediatria ad alta intensità di cura del Policlinico dell’Università degli Studi di Milano e Presidente WAidid, l’Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici, al momento della nascita il corpo umano è sterile; il microbioma caratteristico di ogni individuo si forma già durante la vita fetale e si completa dall’ottavo al trentaseiesimo mese di vita. Vi contribuiscono diverse fonti: il microbioma della madre, il microbioma della pelle, proveniente da madre, padre, parenti, babysitter e coloro che hanno un contatto fisico con il neonato, l’ambiente, l’alimentazione e le caratteristiche genetiche.

 

La composizione tende a essere diversa tra una persona sana e una obesa, tra una giovane e una anziana. Influiscono molto certe condizioni cliniche, ma anche i farmaci e, se gli antibiotici trasformano il bioma in senso negativo, alcuni probiotici influiscono positivamente. «Tuttavia – dice Susanna Esposito – si è visto che il microbioma ha una certa resilienza e, dopo l’interferenza di farmaci o malattie transitorie, tende a ritornare com’era prima. Appare comunque accertato che il microbioma è in grado di condizionare tutta una serie di condizioni cliniche molto variate. Tra queste ci sono malattie infettive acute come può essere la diarrea acuta o infezioni sistemiche del neonato, ma anche disturbi neurologici, oltre alle patologie allergiche in cui pare esistere un’associazione tra certe caratteristiche del microbioma e lo stato atopico: sono in corso numerosi studi che si propongono di valutare se, nei soggetti con determinate allergie, l’assunzione di probiotici possa influenzare favorevolmente in termini preventivi lo sviluppo di certe condizioni cliniche».

 

Ma, come si diceva, resta il problema della resilienza e quindi dell’effetto temporaneo prodotto dall’assunzione dei probiotici. Alcuni studiosi hanno però avuto un’idea molto brillante: se il “microbioma basale” è determinato in modo così significativo da quello della madre, perché non somministrare alla partoriente ceppi di probiotici con effetto benefico sulla salute con l’intento di determinarne la presenza anche nell’intestino del neonato?

Michael Schultz dell’università tedesca di Regensburg ha affermato: «è difficile modificare in modo permanente la composizione della complessa microflora intestinale nell’adulto e batteri probiotici somministrati per via orale producono solo una colonizzazione temporanea dell’intestino». Tuttavia questo è possibile in un neonato, colonizzando la madre prima del parto; «questa colonizzazione rimane stabile per sei mesi e, in alcune circostanze ancora non chiaramente definite, può persistere fino a 24 mesi».

In molti casi gli indizi non sono ancora suffragati da prove incontrovertibili, ma il fiorire di studi a cui stiamo assistendo fornirà certamente dati utili: «le evidenze più forti – rivela la professoressa Esposito – riguardano le infezioni e la somministrazione di Enterococcus faecium L3 ha già dimostrato un effetto antimicrobico sul nascituro».

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