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Incinta dopo un tumore grazie alla crioconservazione del tessuto ovarico

Rimanere incinta spontaneamente dopo un tumore. È ciò che è successo a una paziente oncologica che aveva fatto crioconservare il proprio tessuto ovarico presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Si tratta del secondo caso in assoluto in Italia ottenuto con questa tecnica innovativa che potrebbe, un giorno, realizzare il desiderio di maternità di tante donne.

fedro-peccatoriAbbiamo approfondito l’argomento con uno dei pionieri dell’oncofertilità in Italia: il Dr Fedro Alessandro Peccatori, direttore dell’Unità di fertilità e procreazione in oncologia all’Istituto europeo di oncologia (IEO) di Milano.

 

Partiamo dal caso di cronaca. La gravidanza spontanea di Bologna, dopo reimpianto del tessuto ovarico, è stata annunciata come un fatto eccezionale.

Bologna è stata una delle prime a intraprendere la strada del congelamento del tessuto ovarico nelle pazienti che, dovendo sottoporsi a chemioterapia, avevano un rischio elevato d’infertilità e di premature ovarian failure ovvero di fallimento ovarico precoce. La notizia è particolarmente importante anche perché la gravidanza è avvenuta spontaneamente, senza bisogno di stimolazioni ormonali.

 

Quante sono le gravidanze post-reimpianto di tessuto ovarico?

Nel mondo sono appena un centinaio. Questa di Bologna è il secondo caso in Italia. Il primo è stato a Torino. Alcuni anni fa, una paziente affetta da talassemia ha dato alla luce una bambina dopo reimpianto del tessuto ovarico. In Italia, il numero di pazienti che hanno reimpiantato il tessuto ovarico dopo aver fatto una chemioterapia ed essere guarite sono relativamente poche.

 

La crioconservazione del tessuto ovarico va distinta dal congelamento degli ovociti.

Si tratta di due procedure diverse. Il congelamento degli ovociti è considerato da tutte le società scientifiche come una tecnica standard di conservazione della fertilità mentre il congelamento del tessuto ovarico è ancora una tecnica sperimentale. La prima consiste nella raccolta di 10-15 ovociti previa stimolazione ovarica. Questi ovociti maturi vengono congelati e, successivamente, fecondati per ottenere un embrione.

 

Le cose sono più complicate con il tessuto ovarico.

Questo perché l’ovaio non può essere trapiantato in toto, contrariamente ad altri organi come il rene o il cuore. Si possono però asportare frammenti di tessuto ovarico (che contengono ovociti immaturi) prima della chemioterapia e poi reimpiantarli ad avvenuta guarigione. Bisogna aspettare un certo numero di mesi affinché il trapianto attecchisca e per lasciare tempo agli ovociti di diventare maturi e quindi fecondabili.

 

Quali sono i vantaggi di questa procedura?

Innanzitutto che può essere fatta anche nelle bambine. Non c’è bisogno che la paziente abbia già il ciclo mestruale. È possibile prelevare del tessuto ovarico in una paziente non ancora pubere, congelarlo e poi reimpiantarlo in età adulta. In Belgio, il tessuto ovarico di una paziente con un’anemia ereditaria è stato congelato a 13 anni, prima di un trapianto di midollo e reimpiantato dopo circa 10 anni. La paziente, che nel frattempo era guarita, era rimasta sterile ma grazie a questa tecnica è riuscita a diventare madre.

 

Esistono degli inconvenienti?

Ancora più che per la crioconservazione degli ovociti, il congelamento del tessuto ovarico è poco efficiente se l’età della donna supera i 40 anni. La gran parte delle gravidanze ottenute in seguito a questa nuova tecnica si sono verificate in pazienti che avevano congelato il proprio tessuto ovarico prima dei 35 anni.

 

Negli Stati Uniti sempre più donne – famose ma non solo – decidono di congelare i loro ovuli per “gestire la propria maternità”. E in Italia?

Il cosiddetto social freezing è possibile anche da noi, privatamente, presso i centri che fanno fecondazione assistita di secondo livello. Questi centri specializzati, che possono raccogliere e congelare ovociti su richiesta, utilizzano tecniche avanzate come la vitrificazione (ovvero un congelamento ultra-rapido a bassissime temperature). Tuttavia, questa pratica, che consente alle donne di “programmare” la propria maternità, prevede dei costi che vanno dai 3.000 ai 6.000 euro (più una retta annuale di 200-300 euro) e non è rimborsata dal Sistema sanitario nazionale.

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