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Donne e medicina: come gli stereotipi influenzano le diagnosi

Ci sembrano lontani dal mondo della scienza e della medicina. Invece sono anche lì. Si chiamano pregiudizi, stereotipi, rappresentazioni sociali. Le donne ne sono spesso le vittime inconsapevoli. In particolare, il rischio cardiovascolare è, a volte, sottovalutato nella popolazione femminile. Ne abbiamo parlato con la ricercatrice francese Catherine Vidal, neurobiologa all’Istituto nazionale della salute e della ricerca medica (Inserm) di Parigi e co-autrice con Muriel Salle, storica della medicina, di Femmes et santé: encore une affaire d’hommes? (Belin éditeur).

 

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Rischio di gravidanza, cambiamenti ormonali. Con queste “scuse” le donne sono spesso state escluse a priori dagli studi clinici.

È vero. Ma le cose stanno cambiando. Il primo passo è stato fatto nel 1993, con la promulgazione da parte del Congresso americano di una legge che ha reso obbligatoria l’inclusione delle donne nei trial clinici. Certo, la proporzione non è ancora di 50-50 ma ce ne sono almeno un terzo. Merito anche dei movimenti femministi. Dalla contraccezione all’aborto, la loro riflessione si è allargata ad altri campi della salute, in particolare a quello delle malattie cardiovascolari che erano, e sono tuttora, la prima causa di mortalità fra le donne. È stato dimostrato che l’infarto del miocardio è sotto-diagnosticato presso la popolazione femminile.

 

Per quale motivo il rischio cardiovascolare non è preso in considerazione come dovrebbe?

Per un problema di rappresentazioni sociali sbagliate che hanno a lungo fatto ritenere che l’infarto del miocardio fosse essenzialmente una malattia da uomo stressato al lavoro. Non è così: 56% delle donne sono vittime di malattie cardiovascolari contro 46% degli uomini. Gli stessi sintomi di affaticamento e dolori al torace sfociano, per le donne più spesso che per gli uomini, su ricette a base di ansiolitici. Mentre gli uomini vengono mandati dal cardiologo. E salvati.

 

Anche i medici quindi sono vittime degli stereotipi?

Negli studi di medicina, così come nei corsi di aggiornamento, non c’è una formazione sufficiente che renda consapevoli gli studenti del fatto che le rappresentazioni sociali del maschile e del femminile influenzano anche il modo in cui i pazienti esprimono i loro sintomi. Così come le pazienti non sono sufficientemente informate sul rischio cardiovascolare. Per questo il gruppo di lavoro “Genere e ricerca in campo sanitario” dell’Inserm ha organizzato, in novembre, un congresso internazionale sul tema e realizzato dei brevi video per sensibilizzare medici e pazienti.

 

Esistono altri tipi di patologie per le quali le rappresentazioni sociali influenzano la diagnosi?

Certamente. Se l’infarto del miocardio è sotto-diagnosticato nelle donne, invece la depressione è sotto-diagnosticata negli uomini che non hanno lo stesso modo di esprimere la loro ansia. Non solo le lacrime e la tristezza ma anche l’aggressività, l’abuso di alcol e di droghe così come l’avere dei comportamenti a rischio sono indizi di depressione. Anche l’osteoporosi, associata alla donna in menopausa, è sotto-diagnosticata negli uomini quando invece un terzo delle fratture dell’anca negli uomini è proprio dovuto a questa patologia.

 

Tornando agli studi clinici, è vero che le donne sono più spesso vittime degli effetti secondari dei farmaci che gli uomini?

Sì. Questa maggiore sensibilità è semplicemente dovuta alla loro morfologia – la ripartizione nel loro corpo di muscoli e grasso non è la stessa che per gli uomini- e al fatto che sono generalmente più piccole. Assumendo un farmaco a pari concentrazione di principio attivo una donna lo metabolizza più difficilmente e più lentamente di un uomo.

 

Riassumendo, dobbiamo imparare tutti a non essere vittime dei pregiudizi e delle rappresentazioni sociali anche quando si parla di salute.

Ma ricordiamoci anche che le disuguaglianze uomo-donna non sono solo dovute a dei fattori sociologici ma anche a dei fattori economici. Più spesso degli uomini, le donne si ritrovano in situazione di precarietà. Molte di loro allevano sole i propri figli. In tante hanno lavori part-time o sopravvivono con piccole pensioni. Queste donne trascurano la prevenzione, si alimentano male e rinunciano alle cure. Oltre che in situazione di precarietà economica sono anche in situazione di povertà sanitaria.

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