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Dermatite atopica: parliamone

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dermatite atopica

Una malattia invadente, che condiziona la vita sociale, affettiva e lavorativa ed è molto più di un problema cutaneo

Pelle secca e arrossata sul viso, sul collo, sulle mani, prurito costante, ragadi, desquamazione e, soprattutto, dolore. È la dermatite atopica, una malattia infiammatoria cronica della pelle, che in Italia riguarda circa il 3% della popolazione adulta e il 20% di quella infantile. Una condizione recidivante, che influenza ogni aspetto della vita ed è molto più di un problema di pelle.
Abbiamo chiesto a Mario Picozza, presidente dell’Andea (Associazione Nazionale Dermatite Atopica) di accompagnarci dentro il vissuto di questa malattia, per aumentare la consapevolezza su un disturbo dalle manifestazioni drammatiche e ben visibili, troppo spesso ancora fraintese.

«La dermatite atopica si rivela sulla pelle, con eczemi ed escoriazioni, ma nasce all’interno dell’organismo, da un sistema immunitario iper reattivo. Si tratta di una patologia che attraversa fasi di “silenzio”, per ripresentarsi all’improvviso, soprattutto quando la cute è sollecitata da agenti esterni (per esempio in inverno, per via del freddo, della carenza di sole e degli abiti invernali), ma anche nei periodi di stress e di tensione. Bruciore e prurito dominano l’esperienza quotidiana, rendendo dolorosi e impraticabili i gesti più semplici. Asma, congiuntiviti, riniti allergiche, allergie alimentari, accomunate da una base infiammatoria, spesso compaiono in comorbilità».

 

Quando la vita quotidiana è una corsa a ostacoli

E poi, spiega l’esperto, c’è l’insonnia con le sue conseguenze, che caratterizza le fasi acute della dermatite atopica. «Durante la notte, i livelli di cortisolo – ormone antinfiammatorio – sono più bassi e l’irritazione aumenta scatenando il prurito. La deprivazione di sonno influenza l’umore e l’equilibrio psichico complessivo, rende stanchi, irritabili, depressi, ha ripercussioni sulla concentrazione e sulla produttività.
Una dermatite atopica severa può davvero arrivare a compromettere la carriera scolastica e lavorativa, la vita sociale e quella relazione. Si rinuncia a situazioni conviviali, per via del malessere o delle necessarie restrizioni alimentari, fare sport diventa difficile perché la frizione e il sudore sulla pelle sono come acido. È la malattia a decretare perfino l’abbigliamento, condizionato dalla necessità di tessuti delicati e chiari, in seta e cotone, privi di pigmenti irritanti.
Un’esistenza a ostacoli, insomma, tanto che molti, sfiniti dal calvario quotidiano, si arrendono e finiscono per segregarsi in casa, in un circolo vizioso che fa declinare sempre più la qualità della vita».

Quali difficoltà in tempi di pandemia?

«Se alcol e mascherina sono fastidiosi per chi ha la pelle sana, immaginiamoci su una cute ipersensibile. L’utilizzo corretto dei dispositivi di protezione individuale e l’impiego di gel igienizzanti può essere difficoltoso se si hanno processi irritativi in atto, o addirittura ragadi e piaghe, e non sempre la scelta di prodotti delicati (peraltro molto più costosi) risolve il problema». Tante difficoltà extra, in una quotidianità già non semplice.

 

Tra emarginazione e autoisolamento
In questo quadro, l’aspetto estetico della malattia, che dall’esterno appare eclatante, è in fondo secondario, anche se può avere sull’autostima un impatto profondo, specie negli adolescenti.
«All’osservatore che non conosce la dermatite atopica, le ferite, le croste e la pelle che si stacca, possono evocare un’idea di trascuratezza e sporcizia, eppure questa condizione non è contagiosa e non dipende da scarsa igiene né da mancanza di autocontrollo sull’impulso a grattarsi.
In fase acuta, quando diventa difficile tollerare anche solo lo sfioramento di un vestito, le carezze possono avere la violenza di un’ustione e abbracciare una persona cara è improponibile. Si vorrebbe solo star fermi, immobili e senza nessuno attorno. L’isolamento è una costante, in chi soffre di questo disturbo».

E, spesso, è anche un isolamento emotivo. Uno studio recente del Policlinico Gemelli di Roma (A. Chiricozzi, K. Peris et al., 2020) rivela un’associazione tra dermatite atopica severa ed alessitimia, un tratto della personalità caratterizzato da difficoltà nell’identificare, differenziare e comunicare le proprie emozioni. Laddove la barriera cutanea, luogo degli scambi tra interno ed esterno, è danneggiata e ogni passaggio tra dentro e fuori rischia di risultare particolarmente doloroso, è come se anche le emozioni restassero, prudentemente, confinate nel corpo.

Evitare il fai da te: servono dermatologo e immunologo

Il vissuto della dermatite atopica è particolarmente arduo, fatto di ferite fisiche e psichiche, di limitazioni comportamentali e relazionali, accentuato anche dalla compromissione della sfera tattile, una componente fondamentale dell’affettività. E se questo può attivare processi di resilienza per escogitare modalità di vita alternative, può anche rendere più vulnerabili all’emarginazione e ai disturbi dello spettro ansioso-depressivo, da non sottovalutare.
«Non esistono ancora terapie per curare definitivamente questa condizione, che può essere però tenuta sotto controllo da una corretta gestione, evitando le cure improvvisate e fai da te (per esempio con farmaci cortisonici autogestiti che, alla lunga, assottigliano ulteriormente la pelle e perdono di efficacia). È davvero importante rivolgersi ai medici specialisti, il dermatologo e l’immunologo, che possono prescrivere le giuste terapie di trattamento e di sedazione del dolore, priorità per questo disturbo anche secondo le linee guida dell’OMS».

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Sovrappeso nei bambini: quando intervenire?

Il problema del sovrappeso nei bambini rientra con lo sviluppo oppure rischia di peggiorare?
Scopriamo quali sono le conseguenze del sovrappeso nei bambini per la salute a lungo termine, i segnali d’allarme e le corrette modalità per affrontarlo efficacemente.

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Il problema del sovrappeso nei bambini rientra con lo sviluppo oppure rischia di peggiorare?

Scopriamo quali sono le conseguenze del sovrappeso nei bambini per la salute a lungo termine, i segnali d’allarme e le corrette modalità per affrontarlo efficacemente.

Il sovrappeso è un problema sempre più diffuso nella popolazione pediatrica e i dati Unicef rivelano che sono 40 milioni i bambini in eccesso ponderale già prima dei cinque anni di età. Nonostante l’allarme lanciato da medici e ricercatori, spesso il problema è sottovalutato e resta senza risposta, nella convinzione che sia senza conseguenze e in ogni caso destinato a regredire con la crescita.

Gli studi scientifici ci rivelano che, in realtà, avviene proprio il contrario:

un bambino in sovrappeso rischia di esserlo anche da adulto, soprattutto se lo squilibrio ponderale è importante.

Dal 26 al 41% dei bambini obesi in età prescolare sarà obeso da adulto, e in età scolare la percentuale sfiora addirittura il 60%, secondo i dati del Ministero della Salute.

Le possibili alterazioni dovute al sovrappeso durante l’età in cui l’organismo si sviluppa sono significative: accumulo di grasso nel fegato (steatosi), incremento dei livelli di insulina e aumento della probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, rialzo di colesterolo, trigliceridi e acido urico, aumento della pressione arteriosa, disordini muscoloscheletrici dovuti al sovraccarico ponderale, maggior rischio di fratture.

E possono avere conseguenze a lungo termine, in età adulta: per  l’Oms, chi da bambino è stato in sovrappeso, è affetto con frequenza superiore alla media da disturbi cardiovascolari, da osteoartriti e da alcuni tipi di tumore (dell’endometrio, del colon e del seno).

Rilevanti anche le implicazioni psicologiche dell’obesità infantile: depressione, ansia, isolamento, con conseguenze sulla vita sociale e affettiva, a volte anche sulla carriera scolastica.

È bene quindi, non sottovalutare l’eccesso di peso nei bambini. Riconoscerlo, però, non è sempre facile.

Il bambino si è irrobustito in poco tempo, è crescita o sovrappeso?

L’abbiamo chiesto al dottor Francesco Iarrera, nutrizionista e responsabile del Centro di Riabilitazione Nutrizionale di Oliveri, associato all’AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso).

«Per capire se l’aumento di peso rientra nella norma, non utilizziamo valutazioni soggettive, che possono risentire del nostro rapporto con l’alimentazione e il cibo, ma facciamo riferimento al pediatra.

Sarà lo specialista a pesare il bambino, misurarne l’altezza e consegnare ai genitori un report con le curve di peso, uno strumento grafico che permette di capire se la crescita e l’aumento ponderale siano ottimali in rapporto all’età. Il medico valuterà se la curva si allontana dai valori medi tanto da meritare un intervento, e saprà indicare la strategia più adeguata.

Alcuni segnali di una condizione di disagio, in ogni caso, si possono cogliere semplicemente osservando e ascoltando il bambino. Attenzione, per esempio, se inizia a mangiare in maniera fortemente selettiva, orientando le scelte verso alcuni cibi “spazzatura”, come patatine, alimenti da fast food, dolciumi, merendine.

Prestiamo ascolto anche alle preoccupazioni relative al peso e alla forma del corpo (“mi sento grasso”, “ho la pancia”, “mi prendono in giro perché sono lento”, ecc.), evitando di svilirle o ridicolizzarle».

Meglio aspettare o agire subito?

« L’eccesso di peso nei bambini deve essere affrontato il prima possibile e in modo corretto.

Immaginate di avere a casa un tubo che perde, in un punto difficile da raggiungere e che voi decidiate di ignorarlo. La conseguenza sarà che il tubo perderà sempre più acqua e allagherà casa. Lo stesso può accadere con il sovrappeso di vostro figlio.

È bene agire in modo tempestivo. I bambini apprendono molto facilmente e sono degli ottimi pazienti, al contrario di quello che si crede.

È importante, però, cominciare a pensare più a una rieducazione nutrizionale che a una dieta fatta di dosaggi e restrizioni.

I dati clinici ci rivelano che, purtroppo, un bambino a cui viene somministrata una dieta ferrea difficilmente risolverà il suo problema, anzi correrà un rischio maggiore di essere un adulto obeso, oltre che di sviluppare un disturbo dell’alimentazione negli anni seguenti».

È preferibile rivolgersi al pediatra o cercare da soli un nutrizionista?

«Evitiamo il fai da te, ma andiamo dal pediatra, che potrà consigliare un cambiamento strategico delle abitudini di tutto il nucleo familiare (dieta e attività fisica) e fornire delle linee guida appropriate, ma anche inviare il bambino a uno dei centri di nutrizione pediatrica presenti sul territorio o suggerire un nutrizionista o un dietista esperto in alimentazione infantile».

Quali sono gli strumenti di intervento oggi considerati più efficaci?

«Fondamentale per tutti è l’educazione alimentare, da iniziate il prima possibile, anche prima dei sei anni di età, e che dovrebbe ovviamente interessare l’intero nucleo familiare.

In caso di difficoltà conclamate, tra gli interventi di cui è dimostrata l’efficacia spicca la terapia comportamentale basata sulla famiglia (FBT): un programma finalizzato a produrre cambiamenti nell’alimentazione e nell’attività fisica con un sistema di incentivi, che impegna tutto il nucleo familiare.

In pratica, si concorda con i bambini una sorta di gioco a premi. Per ogni cambiamento che il bambino riesce a mettere in pratica, riceve dal genitore un gettone con uno smile, che ripone in un salvadanaio. La conquista di alcuni gettoni si concretezza in un piccolo premio, correlando il comportamento alimentare sano con la ricompensa gratificante e riplasmando poco alla volta il comportamento del bambino.

Si tratta di premi piccoli, da elargire frequentemente (per esempio a cadenza settimanale), in modo tale che la motivazione sia sempre sostenuta: un paio di calzini divertenti, delle figurine (mai un premio fatto di cibo).

In questo modo si rinforzano le condotte benefiche per la salute e si facilita l’acquisizione di uno stile di vita più sano».

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Mio figlio non mangia niente! Quando il cibo fa paura

Può essere solo una fase oppure il preludio di un disturbo alimentare. Ecco quando allertarsi e rivolgersi al pediatra, se un bambino ha uno scarso interesse per il cibo o fatica a introdurre alimenti nuovi nella dieta.

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mio figlio non mangia niente

Perché mio figlio non mangia niente?

Può essere solo una fase oppure il preludio di un disturbo alimentare. Ecco quando allertarsi e rivolgersi al pediatra, se un bambino ha uno scarso interesse per il cibo o fatica a introdurre alimenti nuovi nella dieta.

Ci sono bambini proverbialmente schizzinosi, che accettano soltanto pochi alimenti già noti e sono pronti a digiunare piuttosto che introdurre qualcosa di diverso; spesso si saziano in fretta e sono sospettosi nei confronti del cibo.

Come capire se è una tappa di crescita, magari legata a situazioni familiari o scolastiche, che si risolverà da sé, oppure un vero e proprio disturbo alimentare?

E quando è il caso di consultare il pediatra?

Scopriamolo con la psicoterapeuta Pamela Pace, psicoanalista e presidente Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus.

La dottoressa Pace si occupa dei disordini del comportamento alimentare nell’infanzia ed è autrice con Aurora Mastroleo, di “Mangio o non mangio? I disordini alimentari e i bambini” (edito da Mondadori).

 

Le difficoltà alimentari a volte fanno parte dello sviluppo normale?

«Non sempre l’inappetenza è patologica: vi sono bambini a cui piace il cibo e bambini tendenzialmente disinteressati al momento dei pasti.

Una certa diffidenza nei confronti degli alimenti nuovi, quando è contenuta e limitata nel tempo, fa parte del processo di crescita. Per esempio potrebbe manifestarsi con lo svezzamento, quando il bambino perde il piacere della suzione e del rassicurante corpo a corpo con la mamma. Il piccolo può essere invaso da una serie di emozioni sgradevoli, come rabbia, paura e dispiacere, proprio mentre incontra gli alimenti solidi, che provocano in lui un rifiuto e a volte può volerci qualche tempo per accettare questa nuova era del rapporto con il cibo.

Più avanti nella crescita, alcuni cambiamenti significativi possono avere ripercussioni sulla sfera del cibo: l’entrata al nido, alla materna o alle elementari, la nascita di un fratellino o di una sorellina, un lutto in famiglia o la separazione dei genitori. La problematica a tavola, allora, rispecchia la fatica del piccolo in quel particolare momento, ed è importante che sia affrontata con sensibilità e consapevolezza rispetto ai vissuti emotivi che essa cela».

Qual è la relazione tra cibo, emozioni e affettività?

«L’atto nutritivo non veicola solo sostanze che vanno a riempire il pancino, ma anche messaggi che riguardano la dimensione relazionale e affettiva, sono cibo per il cuore e costituiscono una prima forma di comunicazione e di relazione: si mangia sempre alla tavola dell’altro.

Lo osserviamo in modo evidente nel neonato, dipendente in tutto dalla persona che lo accudisce, che, insieme agli alimenti, gli offre dedizione e amore: quando, dopo l’allattamento rimane attaccato alla tettarella o al seno, il piccolo non sta più esprimendo il bisogno di essere nutrito, ma innalza una richiesta d’amore:  “Fammi stare ancora qui, tienimi vicino, perché ho bisogno di sapere che posto ho nel tuo cuore e nel tuo desiderio”.

Ogni essere umano si “nutre” innanzitutto della risposta alle domande: “Chi sono io per te, che posto occupo nel tuo desiderio, ti manco, mi puoi perdere?”.

L’angoscia della prima infanzia è l’angoscia dell’abbandono, di non essere dentro il pensiero e l’attenzione di mamma e papà. L’accettazione del cibo rimanda proprio all’accettazione di un legame affettivo e rispecchia la fiducia e la sicurezza del bambino rispetto a quel legame».

Un comportamento alimentare anomalo può contenere un messaggio rivolto agli adulti significativi?

«Nel rapporto del bambino con l’atto alimentare è sempre implicato il mondo inconscio degli affetti e delle emozioni, dunque la relazione con l’altro, inizialmente la mamma, il papà, i nonni, poi i compagni, le educatrici e le insegnanti che prendono parte alla mensa. Per questi motivi, quando il bambino incontra qualche difficoltà nel suo percorso o nell’ambiente di crescita, l’ambito alimentare, più di altri, può snaturarsi e diventare un territorio di opposizione e di protesta.

Attraverso il rifiuto del cibo, ma anche per esempio attraverso il suo divoramento eccessivo, il bambino veicola un messaggio che è bene i genitori (e gli educatori) imparino a cogliere e a tradurre correttamente, chiedendosi: “Cosa mi sta dicendo? Quali emozioni e vissuti sta comunicando?”.

L’importante è che il genitore inizi a interrogarsi sulla richiesta insita nel comportamento del bambino, invece di irritarsi, insistere e instaurare con il piccolo un braccio di ferro che inevitabilmente creerà delle resistenze in lui».

Cosa fare a tavola, se il bambino si rifiuta di mangiare?

«Può essere utile, per esempio, arricchire il momento del pasto di colori, musica e fantasia, per aumentare la quantità di stimoli oppure far partecipare i piccoli alla preparazione, per accrescere il coinvolgimento nei bambini poco interessati al cibo.

Le modalità minacciose sono controproducenti (“Mangia tutto, se no arriva il vigile e ti porta via”), così come quelle affettive (“Mangia tutto, perché se no fai piangere la mamma” oppure “Guarda tuo fratello come è bravo”). Entrambe confondono il bambino, mentre il metodo ricattatorio (“Se non mangi non ti compro il gioco”) gli fa presto capire che, accettando o rifiutando il cibo, anche lui può esercitare un potere, che non esiterà a usare (“Se tu non mi compri il gioco, io chiudo la bocca”)».

C’è anche una componente transgenerazionale, nell’atteggiamento verso il cibo e i pasti?

«Certamente. Il comportamento alimentare umano viene in gran parte appreso. Il bambino impara a rapportarsi con la sfera alimentare attraverso l’esempio che gli adulti di riferimento gli mostrano quotidianamente, in modo esplicito o meno, attraverso azioni e discorsi.

Se il genitore stesso tende a soddisfare le proprie esigenze emotive attraverso il cibo, sarà più difficile per lui imparare a distinguere i diversi bisogni del bambino e a dar loro risposte appropriate. Per questo, acquisire una maggiore consapevolezza rispetto all’atto nutritivo è davvero fondamentale».

Quando bisogna preoccuparsi?

«Se l’atteggiamento selettivo ed evitante perdura negli anni, peggiora e/o comporta l’introduzione di una quantità di cibo inadeguata e carente sotto il profilo dei nutrienti, anche lo sviluppo potrebbe esserne influenzato. Allora è necessario consultarsi con il medico curante».

Ma, anche prima di arrivare a questa condizione, può essere utile chiedere aiuto o supporto, senza paura di sentirsi criticati o giudicati: non esistono genitori perfetti, ognuno fa o dovrebbe fare il suo meglio e, soprattutto, è colui che più di ogni altro conosce il proprio bambino.

 

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Disturbi ossessivo compulsivi e Covid-19

È un urto sotterraneo quello del Covid-19 sulla nostra salute mentale, il prezzo nascosto della pandemia, che un po’ tutti stiamo pagando. Il suo impatto psichiatrico e psicologico non si può più ignorare.

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disturbi ossessivo compulsivo covid

È un urto sotterraneo quello del Covid-19 sulla nostra salute mentale, il prezzo nascosto della pandemia, che un po’ tutti stiamo pagando. Il suo impatto psichiatrico e psicologico non si può più ignorare, come denunciano gli psichiatri della Sip e della Sinfp (la Società italiana di psichiatria e la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia) e secondo alcuni report internazionali, quali la survey della Kaiser Family Foundation, addirittura il 40 % della popolazione risentirebbe delle conseguenze dello stress da pandemico.
Molti disturbi mentali si sono presentati per la prima volta in questi mesi e spesso chi aveva già una diagnosi ha visto peggiorare i propri sintomi. Lo stato di pandemia può infatti slatentizzare angosce e ossessioni, aggravando quadri psicopatologici preesistenti. Oltretutto chi ha contratto il Covid-19 in forma grave sembra più esposto al rischio di sviluppare disturbi d’ansia e depressione, come dimostra un nuovo studio del San Raffaele.
Siamo tutti chiamati a confrontarci con la perdita delle basi di sicurezza che davamo per scontate, un senso di incertezza che fa aumentare i livelli generali di ansia e di ipocondria. Oggi il concetto stesso di normalità è profondamente trasformato, come scrive Giorgio Nardone, nel suo “Covid-19, il virus della paura” (Paesi Edizioni, 2020); angoscia, negazione, rabbia entrano nell’esperienza quotidiana, mentre disturbi d’ansia, depressione e insonnia interessano una percentuale crescente della popolazione.

 

Siamo tutti un po’ ossessionati?

In particolare, le misure di contenimento, l’isolamento sociale e il timore del contagio sembrano aver aumentato l’incidenza e la gravità dei disturbi ossessivo-compulsivi. La comunità scientifica li chiama con l’acronimo DOC, riguardano circa il 2-2,5% della popolazione e in Italia le persone con questa diagnosi sono circa 800.000. In aumento…
In questo periodo storico, è davvero difficile non ritrovarsi tutti un po’ “ossessionati” da ciò che accade, ma questo non significa necessariamente che si è sviluppato un DOC, caratterizzato da sintomi precisi e ben riconoscibili.
Tuttavia, la International OCD Foundation, avverte che la pandemia può aggravare la sintomatologia ossessivo-compulsiva e far emergere casi sommersi, in particolare nel disturbo “da contaminazione e da controllo”, una delle varianti della patologia. Oggi che il mondo appare a tutti quanti assai più insicuro e infetto del solito, i timori irrazionali di contaminazione del DOC diventano, almeno in parte, razionali, necessari e quotidiani, e per il paziente si aprono nuove, non semplici, sfide: come distinguere le preoccupazioni legate al proprio disturbo da quelle oggettive rispetto allo stato della situazione sanitaria? Come gestire l’ansia ed evitare di precipitare sempre di più nelle spire della psicopatologia?
Il DOC è un disordine legato al senso di incertezza, e la situazione attuale costituisce un significativo trigger. Quanto durerà, cosa succederà, come davvero ci si contagia, come si guarisce? Sono interrogativi ancora aperti per tutti, più drammatici se si ha alle spalle una storia di ossessioni e compulsioni. E con un ulteriore interrogativo: una volta finita la pandemia, sarà possibile tornare alla normalità, rinunciando ai rituali di pulizia che ora sono raccomandati dalle autorità sanitarie?

Cosa è il disturbo ossessivo compulsivo?

Bisogna fatare alcuni luoghi comuni. Chi ha un DOC non è semplicemente una persona “molto precisa”, “fissata” con l’organizzazione e l’igiene. In realtà, quando il disturbo è attivo, questi individui non possono fare a meno di pulire o di controllare ripetutamente ogni minimo dettaglio, anche se questo crea loro un estremo disagio. A poco a poco restano bloccati in una prigione mentale che ne soffoca le esistenze. Il DOC è infatti una delle patologie in assoluto più invalidanti, fonte di grande sofferenza per chi ne è affetto.
Si chiama disturbo ossessivo compulsivo, perché fatto da ossessioni, pensieri intrusivi, che si presentano in modo insistente e generano emozioni angosciose. A queste, la persona risponde con azioni compensatorie, atte a ridurre lo stato di ansietà (le compulsioni). L’effetto rassicurante, tuttavia, è di breve durata… L’ossessione infatti si ripresenta, viene riproposta la compulsione e così via, in un circolo vizioso privo di razionalità rispetto allo scopo, che imprigiona chi ne soffre. La soluzione del problema diviene in breve il problema stesso, interferendo con le attività quotidiane e talvolta rendendole impossibili.

 

Washer, Cleaners e Checkers: la contaminazione e il controllo

Esistono diversi tipi di DOC, i più vulnerabili alla situazione pandemica sono i cosiddetti Washers e Cleaners, dominati dalla paura della contaminazione, che esitano in comportamenti ripetitivi di evitamento e di pulizia, e i Checkers, che temono di provocare danni a sé o agli altri per negligenza e sviluppano compulsioni di controllo.

Le attuali linee guida sull’igiene e il distanziamento possono indurre queste persone a incontrare ulteriori estremi comportamentali o riattivare ossessioni preesistenti. Il consiglio di detergersi spesso le mani, per esempio, può trasformarsi nel lavarsi centinaia di volte al giorno o con sostanze troppo aggressive. Paradossalmente può anche accadere che ci si iperfocalizzi solo su alcuni dettagli (per es. la decontaminazione delle superfici o del corpo), ignorando altri versanti fondamentali della prevenzione, come suggerisce Nathaniel Van Kirk, PhD, del McLean OCD Institute.

Tuttavia per chi prima del Covid-19 aveva già sintomi cronici le cose spesso non cambiano molto. Più a rischio, chi invece manifestava sintomi lievi, che a causa dello stress pandemico possono accentuarsi, oltrepassando la soglia clinica. In tal caso, è davvero importante attivarsi, rivolgendosi al proprio medico di base, che saprà fornire le indicazioni opportune.

Come si affronta il problema?

La sfida del paziente con DOC è quella di seguire le linee guida delle autorità sanitarie, pur continuando il proprio percorso di arginamento delle ossessioni e compulsioni proprie del disturbo. Diventa quindi fondamentale distinguere le preoccupazioni e le misure esagerate – ossia legate al DOC – da quelle necessarie a proteggersi dal Covid-19. Il terapeuta, ma anche i familiari, possono aiutare a riconoscere le azioni protettive opportune da quelle eccessive, favorendo un maggiore insight sul disturbo e alleviandolo.
L’International Obsessive-Compulsive Disorder Foundation website on COVID19, punto di riferimento per questa patologia, raccomanda di:

– impostare un piano quotidiano preciso, basato sulle raccomandazioni del Ministero della Salute, attenendosi il più possibile a quelle. Se si prova la tentazione di eccedere, chiedere l’aiuto di una persona cara per valutare la reale necessità di ogni misura aggiuntiva.

– Proteggersi dall’eccesso di informazione, evitando la ricerca compulsiva di notizie: consultare solo le fonti riconosciute (per esempio il Ministero della Salute e l’OMS) e imporsi un limite di tempo per lo scorrimento delle news o la visione del telegiornale.

Più consapevolezza vuol dire più salute
Di questi tempi, ognuno di noi può sperimentare un piccolo assaggio dell’inferno quotidiano di un paziente doc, il senso di incertezza, l’ansia del tener traccia di tutto ciò che si è toccato. “E se fossi asintomatico?”, “E se avessi contaminato qualcuno senza accorgermene?”, e così via. Chi convive con un doc, è già abituato a questo, anzi spesso l’ha affrontato in terapia, acquisendo strumenti di gestione. La ERP Therapy (Exposure and Response Prevention), utilizzata in questi disturbi, insegna proprio a convivere con il senso di instabilità e tollerare il disagio, senza cadere nella compulsione. Ecco perché molti pazienti doc sono in grado di rispondere con efficacia alle sfide attuali. Anzi, probabilmente hanno qualcosa da insegnarci…
Spesso, tuttavia, il DOC resta senza diagnosi e senza trattamento. Non sempre si ha la coscienza della problematicità delle compulsioni, etichettate come semplici stranezze o banalizzate (“Siamo tutti stressati al giorno d’oggi…”), oppure si prova vergogna a chiedere un parere medico. È invece davvero fondamentale imparare a riconoscere i segni di un doc, in sé e nei propri cari, consentire un migliore accesso alle cure, evitare lo stigma dovuto a ignoranza e aumentare davvero la qualità di vita, Covid-19 o meno.

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